mercoledì 15 luglio 2015

Breve storia del Raboso e del Malanotte

A cura di Giampiero Rorato

Il Raboso è un vino di antichissima origine, prodotto da uno dei rari vitigni presenti nel Nord-Est d’Italia prima dell’avvento di Roma. Va ricordato che i Romani dedussero (fondarono) la colonia di Aquileia nel 181 a.C. e realizzarono la via romana Postumia che collegava Genova con Aquileia, passando in modo pacifico per il territorio dei Veneti, nel 148 a.C., e ciò fu possibile perché il rapporto di Roma con il Veneto era allora già buono e si andò ulteriormente consolidando nei decenni successivi.
La coltivazione di un vitigno simile (simile, non identico, poiché nel corso dei secoli ci sono state molte selezioni e incroci anche spontanei, per cui tutti gli antichi vitigni oggi coltivati non sono più uguali agli originali) all’attuale Raboso da parte dei Veneti antichi (quindi ancor prima che arrivassero i Romani che lo trovarono) è confermata da Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nella sua monumentale opera in 37 libri, la Naturalis Historia, nella quale si legge che in quest’area si produceva allora il Picina omnium nigerrima, un vino il cui colore è più nero della pece. Gli storici non hanno poi faticato a considerare quel Picina l’antenato del Raboso.
Oltre a questo vitigno a bacca rossa i Romani ne trovarono anche uno a bacca bianca, che chiamarono Pucinum, considerato, per come è stato descritto dagli autori del tempo, l’antenato del Prosecco.
Della presenza di un vitigno a bacca rossa molto simile all’attuale Raboso si ha conferma anche dall’archeologia, essendo stati trovati in alcune aree veneto-friulane delle splendide situle (secchi da vino artisticamente lavorati) e dei vinaccioli fossili che, sottoposti all’esame del Dna, hanno fatto pensare alle conclusioni appena ricordate.  

Caduto l’impero romano e con esso il culto della vitivinicoltura occorre attendere i tempi nuovi, quando Venezia estende il suo dominio in terraferma, per trovare nuovamente citato questo vino, sempre ricordato come un vino di grande forza e conservabilità nel tempo, un vino capace di migliorare con l’invecchiamento.
Venezia inizia la conquista della terraferma veneta nel 1291, quando gli viene donato dai signori “da Camino di Sotto” il Castello delle Motta con tutte le terre d’attorno – per questo Motta fu definita “figlia primogenita della Repubblica - ed è probabilmente dall’inizio del Trecento che riprende in quest’area la vitivinicoltura, dal momento che durante i lunghi secoli del Medioevo si era molto ridotta, restando quasi unicamente nelle aree attorno ai monasteri benedettini – qui molto numerosi – e, per i propri consumi, nelle proprietà dei nobili del tempo, i da Camino e i Collalto in particolare e nessun documento del tempo cita nomi di vitigni o di vini, limitandosi a indicare solo il colore (bianco e rosso).

Il Raboso comunque c’era, come ricorda il trevigiano Jacopo Agostinetti, che nel 1679, all’età di 83 anni, scrisse un volume di memorie intitolato Cento e dieci ricordi che formano il buon fattor di villa e alcuni di questi ricordi riguardano proprio il vino Raboso. Scrive, infatti, nel ricordo 24: “Qui nel nostro Paese per lo più si fanno vini neri per Venetia di uva nera che si chiama recaldina, altri la chiamano rabosa per esser uva di natura forte”.

Nel corso della sua lunga storia e sicuramente da subito dopo l’anno Mille, ma più ancora a partire dal XIV secolo, Venezia acquistava nelle terre del Piave grandi quantità di vino Raboso perché era l’unico, grazie alla ricchezza di acidità e tannini, che poteva andare per mare conservando le sue caratteristiche senza essere rovinato dalla salsedine, come succedeva con gli altri vini.

Coltivazione e caratteristiche



Il Raboso Piave è un vitigno considerato autoctono, poiché è il più antico fra quelli attualmente coltivati, la cui presenza nelle terre del Piave, come abbiamo visto, è ampiamente documentata. Questo vino porta a pieno titolo il nome di “Piave”, che lo qualifica e lo identifica, sia per origini storiche – perché è in quest’area, e precisamente nelle centuriazioni romane di Opitergium che ha trovato fin dai tempi precedenti l’arrivo dei Romani il suo habitat ideale - che per una presenza rimasta costante nel corso dei secoli nella terra bagnata dalle acque del fiume che è stato protagonista della prima guerra mondiale, dichiarato “sacro alla patria”. La sua coltivazione si estende storicamente a ridosso del Piave per tutta la pianura trevigiana, da Conegliano a Vazzola, a Ormelle fino a Oderzo, Motta di Livenza e San Donà di Piave.

Il Raboso Piave è un vitigno rustico, di maturazione tardiva, adatto sia ai terreni sassoso-alluvionali dove produce ottimi vini da invecchiamento, a quelli più fertili e profondi, dove pure si producono vini di sicura eccellenza, adatti anch’essi ad essere invecchiati. 



Il grappolo è abbastanza grande, di forma cilindrica, con una o due ali anche evidenti, compatto, con peduncolo robusto e legnoso. L’acino ha forma sferoidale, con buccia nero-bluastra, molto pruinosa, coriacea. I pedicelli sono corti di color verde-rossastro. La polpa è caratteristica, a sapore neutro, leggermente carnosa, dolce-acidula-astringente. Ogni acino ha due o tre vinaccioli, di media grandezza, piriformi. La pianta ha forte vigoria vegetativa e produzione tendenzialmente abbondante.

La vinificazione ottimale richiede un’adeguata macerazione nelle bucce; così facendo si ottiene un vino di ottimo corpo, aspro e tannico da giovane, molto adatto all’invecchiamento. 

Lasciato maturare in botti di legno, acquista col tempo un bel colore rosso rubino carico, con riflessi granati, uno splendido bouquet ampio e pieno che ricorda le violette di campo e anche, marcatamente, il profumo di marasca. Ha sapore secco, austero, sapido, lievemente acidulo, pienamente appagante.


Il Malanotte



Nel corso degli anni 80-90 del secolo scorso, un vignaiolo delle Terre del Piave - memore dell’antica tradizione sia greca che romana, conservata per secoli nei monasteri, di bloccare la fermentazione dei mosti per ottenere vini dolci o di addolcirli aggiungendo al vino ottenuto al momento della vendemmia una percentuale del medesimo vino ottenute da uve lasciate appassire per lungo tempo – volle ripercorrere l’antica strada aggiungendo a primavera al Raboso prodotto nel precedente autunno una parte di vino ottenuto dalle medesime uve attentamente selezionate e lasciate appassire per alcuni mesi sui graticci in ambienti giustamente aerati.

L’esperimento, protrattosi per alcuni anni nella ricerca di un equilibrio ottimale fra il vino normale e quello passito, operando anche con vini passiti di diverse annate, diede risultati molto positivi. Infatti, il vino ottenuto con l’aggiunta del passito aveva acquistato corpo, struttura e personalità, perdendo la sua spigolosità a volte aggressiva per acquistare rotondità ed eleganza.

Lasciandolo invecchiare in botti di legni diversi si è poi visto che il nuovo vino aveva acquistato, con interessanti varianti dovute ai legni e alle tostature, un interessante corredo di profumi di frutta, in particolare ciliegie, prugne, marasche, datteri, uva sultanina e aromi speziati come cannella, tabacco e ricordi di cacao e vaniglia con sensazioni balsamiche che completavano un bouquet che si andava sempre più aprendo ogni volta che veniva avvicinato al naso.

Il sorso apparve subito seducente, avvolgente, maschio ma gentile, lasciando sentire il carattere e la potenza del Raboso, come anche l’eleganza e l’armonia che caratterizzano i grandi vini.
La lunga intelligente ricerca, sostenuta da tecnici esperti e dall’Università di Padova, conclusa sul finire negli anno 90 del secolo scorso, ha fatto scuola, indicando ai produttori delle Terre del Piave una strada nuova per valorizzare appieno questo grande e antico vino autoctono, una strada poi seguita dai migliori produttori della zona, tanto che è stato poi redatto un disciplinare ufficiale di produzione di questo nuovo Raboso, cui è stato dato il nome di Malanotte, nel ricordo di una nobile famiglia proprietaria tra Sei e Settecento di gran parte delle terre del Piave.



Il Malanotte, primo vino rosso delle Terre del Piave a ottenere la Docg, raggiunta dopo tre anni la sua maturità – ma migliora ancor più se ulteriormente invecchiato - è uno dei grandi vini rossi italiani, equiparabile al Barolo piemontese, al Brunello toscano, all’Aglianico della Basilicata ed è ottimo con la cacciagione di pelo e di piuma, le carni rosse, le grigliate e i formaggi invecchiati e va servito in calici importanti, alla temperatura di 18-20 gradi.


L’esperimento compiuto negli anni 80-90 del secolo scorso dal sapiente vignaiolo delle Terre del Piave ha consentito anche di poter avere un vino passito straordinario – il Raboso passito - ottimo da solo, uno dei pochissimi grandi vini rossi da dessert in grado di accompagnare ed esaltare i dolci a base di cioccolato.